“LA VERITA’ DEGLI ALTRI”: in difesa del pluralismo delle culture e delle religioni


Il grande merito di questo libro di Bosetti, La verità degli altri, consiste nell’aver messo a fuoco la contrapposizione tra due atteggiamenti filosofici (ma con forti implicazioni psicologiche) antitetici, che si scontrano nell’ambito delle religioni e, più in generale, delle culture mondiali. Li potremmo definire, con un termine tecnico, ‘monismo’ e pluralismo. La parola ‘monismo’ (che deriva dall’aggettivo greco monos, solo) indica la concezione secondo cui soltanto la propria religione o la propria cultura è provvista di valore, è nella verità, mentre le altre religioni o culture sono nell’errore (o, nella variante più benevola, contengono soltanto germi di verità). Pluralismo indica invece la concezione secondo cui esistono molte varianti o espressioni della verità esistenziale (in altre parole, della religione), così come esistono molte culture e molte lingue. E come non ha senso proclamare che una lingua è superiore ad un’altra, così non ha senso affermare che una cultura è superiore ad un’altra: le lingue e le culture sono diverse, non possono essere inserite su una scala di valore, maggiore o minore. Va rilevato che l’attitudine a privilegiare la propria cultura e a negare il valore delle altre fa parte di quell’atteggiamento psicologico che gli studiosi definiscono di “etnocentrismo spontaneo”: si tratta della naturale tendenza a mettere il proprio popolo al centro e a commisurare le altre culture utilizzando come criterio la maggiore o minore vicinanza alla propria. Si possono anche stabilire delle implicazioni di questa tendenza all’etnocentrismo, sul versante intellettuale e su quello psicologico. Sul piano intellettuale, quante più culture una persona conosce tanto maggiore sarà la propensione ad accostarsi ad esse con un atteggiamento di apertura e di simpatia; viceversa quante meno culture diverse da quella di origine la persona conosce, tanto maggiore sarà la tendenza a stigmatizzarle in quanto ‘inferiori’, barbariche (il termine barbaro deriva dal greco bárbaros, che veniva usato per indicare i parlanti di tutte le altre lingue, che sembravano, dal punto di vista ellenico, emettere una serie di rumori insensati, bar bar bar). Sul piano psicologico, quanto maggiore sarà la tendenza di una persona ad uscire dalla chiusura nel proprio egocentrismo, tanto maggiore sarà la disponibilità a entrare in sintonia con culture, religioni, persone esteriormente diverse.

Il rifiuto dell’etnocentrismo, il discorso sul rispetto dovuto alle culture altre, è una conquista abbastanza recente della cultura occidentale: anticipata da alcuni filosofi del mondo antico conobbe i primi sviluppi nell’età moderna ad opera di grandi intellettuali come il domenicano Bartolomé de las Casas e il filosofo Montaigne (XVI secolo) e venne sviluppata organicamente dall’antropologia culturale statunitense del Novecento, in particolare dalla scuola di Franz Boas, a cui appartengono personalità come Ruth Benedict e Margaret Mead. Si potrebbe obiettare a questo discorso sulla pluralità delle culture: e la lapidazione delle donne? E la schiavitù? E il cannibalismo? Oppure, perché no, la ‘ndrangheta? Dovremmo accettare anche questo, in nome del rispetto della pluralità delle culture? Evidentemente no. Questo no è tanto intuitivo quanto difficile da giustificare. In estrema sintesi, si può dire che le grandi religioni mondiali, che costituiscono, per così dire, l’anima delle culture, hanno tutte, in un modo o nell’altro, con maggiore o minore coerenza, con frequenza e intensità diverse, espresso il sentimento fondamentale di identificazione con l’altro, che sta alla base del rifiuto della violenza, della sopraffazione, della riduzione dell’altra persona a cosa. Testimonianza di ciò è la diffusione della cosiddetta “regola d’oro” (non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te/ama il prossimo tuo come te stesso) nelle più diverse culture.

In altre parole, non dobbiamo confondere, come spiega molto bene Bosetti, pluralismo con relativismo – in particolare con quella variante di relativismo che potremmo definire con l’ossimoro di ‘relativismo assoluto”. L’empatia con le altre culture non ci impedisce il diritto, e il dovere, di giudicarle, così come abbiamo il diritto e il dovere di giudicare la nostra. Il filosofo che nel Novecento ha sviluppato con maggiore profondità questa distinzione tra pluralismo e relativismo è Isaiah Berlin, da cui il libro di Bosetti prende le mosse.

Se si passa dalle culture alle religioni, il discorso può essere analogo. In ogni religione ci sono elementi di chiusura ‘monistica’ e elementi di apertura ‘pluralistica’. In particolare nel cristianesimo. La parte più ampia del libro di Bosetti è una rassegna di diverse posizioni che sostennero la fede in Dio con un atteggiamento di apertura al pluralismo religioso, in particolare nella storia del cristianesimo, ma non solo (toccante è il capitolo dedicato da Bosetti alla battaglia per il pluralismo religioso di Ashoka, il grande imperatore buddista dell’India, nel III secolo a.C.). Spesso queste posizioni furono emarginate o condannate: il caso più clamoroso è forse quello di Origene, pensatore greco del III secolo d.C., uno dei massimi teologi della storia del cristianesimo, diffamato, proibito e censurato, della cui opera monumentale stiamo adesso riscoprendo la portata. Altre volte, per esempio nel caso del cardinale Cusano, il più grande filosofo europeo del XV secolo, le tesi sulla pace tra le grandi religioni (De pace fidei) furono in seguito sostanzialmente negate dalla Chiesa cattolica, ma non formalmente condannate e messe all’indice (forse per una sorta di rispetto per la posizione gerarchica del cardinale o forse per distrazione). Altre volte ancora, per esempio nel caso di Lessing, il grande rappresentante dell’illuminismo tedesco del XVIII secolo, la teoria sulla necessità di una competizione virtuosa tra le grandi religioni nel fare il bene venne sviluppata in un contesto non confessionale, in modo particolare in quel capolavoro che è il dramma Nathan il saggio. Infine, per quanto riguarda il Novecento, esemplare è il caso del teologo belga Jacques Dupuis (1923-2004), un gesuita che aveva vissuto 36 anni in India e che poi era stato chiamato a Roma, a insegnare all’Università Gregoriana. Dupuis pubblicò nel 1997 un’opera fondamentale, Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso, che suscitò scandalo. Il motivo era così spiegato dal cardinale Ratzinger: “ i semi della verità e della qualità esistono anche in altre religioni … tuttavia è errato sostenere che tali elementi della verità o della qualità, o alcuni di loro, non derivano infine dalla fonte-mediazione di Gesù Cristo”. Questa posizione era analoga a quella della teologia musulmana, per cui, da una parte, i bambini sarebbero naturalmente islamici e, dall’altra, le buone opere degli adulti non musulmani, se esistono, sarebbero in realtà azioni compiute in nome di un Islam implicito o nascosto. La Dichiarazione Dominus Iesus del 2000, firmata dal cardinal Ratzinger per la Congregazione della Dottrina della fede, costituiva una energica riproposizione, con alcuni adattamenti di facciata, della teoria del monopolio della verità detenuto dalla chiesa cattolica (‘monismo’), con il corollario tradizionale “extra ecclesiam nulla salus” (non vi è salvezza al di fuori della chiesa). Il giudizio di alcuni autorevoli esponenti del mondo cattolico su questo documento fu assai duro: ricordo solo il cardinale König, allora arcivescovo emerito di Vienna, che parlò di “un approccio sbagliato per il dialogo con le religioni orientali. "E’ un residuo di colonialismo e uno schiaffo di arroganza”(p.152). Certo il “Documento sulla Fratellanza Umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato congiuntamente il 4 febbraio 2019 da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, va in una direzione opposta, affermando che “il pluralismo e la diversità di religione, di colore, di sesso e di razza sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani”. Tutto questo, che abbiamo sommariamente riassunto, si trova nel libro di Bosetti, che consigliamo caldamente a tutte le persone colte, ma in particolare a coloro che si interessano di questioni religiose: perché è molto chiaro nella esposizione, di taglio giornalistico, delle diverse tesi e insieme ricco di informazioni bibliografiche, raccolte nelle note finali. E’ evidente che, in una panoramica che riguarda più di duemila anni di storia del pensiero, non potevano mancare imprecisioni di dettaglio: ma esse nulla tolgono alla solidità e all’interesse dell’impianto complessivo. Pluralismo contro monismo, tolleranza contro fanatismo, pacificazione contro violenza religiosa: queste alternative sono così presenti nel mondo contemporaneo che un libro che le affronti in sede storica può essere di bruciante interesse attuale.

w.m.

[Giancarlo BOSETTI, La verità degli altri. La scoperta del pluralismo in dieci storie, Bollati Boringhieri, Torino 2019, p.198 euro 19]


Walter Minella - l'autore di questa recensione - ha insegnato storia e filosofia nei Licei. Tra le sue pubblicazioni: Il dibattito sul dispotismo orientale. Cina, Russia e società arcaiche (1991). Ha tradotto il breve saggio di Varlam Tichonovič Šalamov, il grande testimone dei Gulag, Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (2012), ha curato la pubblicazione del libro postumo di Pietro Prini, Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (2015) e ha scritto la monografia Pietro Prini (2016).

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