Guerra e pace tra le religioni: due ipotesi alternative


Il celebre teologo Hans Küng nel suo libro “Ricerca delle tracce. Le religioni universali in cammino” (pubblicato nell’originale tedesco nel 1999 e tradotto in italiano nel 2003) esponeva, all’inizio e in conclusione della sua ricerca, quattro affermazioni di principio:

Non c’è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni.

Non c’è pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni.

Non c’è dialogo tra le religioni senza criteri etici globali.

Non c’è sopravvivenza del nostro globo senza un ethos globale, un’etica mondiale. (pp. 9 e 360)

Esplicitando il suo ragionamento, si potrebbero sostenere una serie di affermazioni: a) le religioni non sono sempre state fonte di pacificazione, anzi spesso al contrario hanno scatenato o intensificato le guerre b) ma, così facendo, hanno tradito il cuore, il centro, l’anima del loro messaggio, che è un riflesso dell’incontro dell’essere umano con Dio. c) Nel mondo contemporaneo sempre più globalizzato, cioè tendente verso l’unificazione, questi fraintendimenti concettuali delle religioni, all’origine di pratiche violente, sono diventati particolarmente intollerabili e pericolosi.

Si potrebbe muovere un’obiezione a questo discorso: ci sono aree del mondo, per esempio l’Europa occidentale o la Cina, dove apparentemente non esiste più una religione dominante. Per esempio in Italia, e ancor più nel resto dell’Europa occidentale, è opinione comune che si viva in un tempo in cui la religione tradizionale di riferimento è deperita, per cui parla di un’epoca “post-cristiana”. E tuttavia, la teoria che fino a qualche anno fa risultava prevalente tra i sociologi, la cosiddetta teoria della secolarizzazione - cioè della scomparsa tendenziale del fenomeno religioso, prima in Occidente e poi nel resto del mondo - oggi viene sempre più contestata, o almeno riformulata, a causa del ripullulare del sentimento religioso in forme nuove o in forme antiche rinnovate. E comunque c’è una diffusa coscienza, anche in ambienti laici, dell’importanza centrale almeno del quarto principio enunciato da Küng, che cioè ‘Non c’è sopravvivenza del nostro globo senza un ethos globale, un’etica mondiale”. Le mobilitazioni internazionali in difesa della biosfera sollecitate dalla giovane Greta Thunberg ne sono eloquente testimonianza. Nell’ipotesi di Küng le religioni, correttamente intese, potrebbero costituire l’anima di questa etica globale, in quanto esse promuovono, o almeno dovrebbero promuovere, se pure ciascuna a modo suo, il sentimento fondamentale di comunione tra gli esseri umani e tra gli esseri umani e il mondo circostante, la biosfera. Ma ciò richiede a tutte un “cambiamento di paradigma”, cioè dell’atteggiamento fondamentale (Küng applica nell’ambito della storia delle religioni le categorie utilizzate da Kuhn nel suo celebre libro “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”). Ne va della sopravvivenza non solo delle religioni, ma dell’umanità stessa.

Una prospettiva molto diversa è quella del sociologo Paolo Naso, come risulta già dal titolo provocatorio del suo libro “Le religioni sono vie di pace” Falso! Il libro si basa su un postulato teorico e sviluppa un’ampia disamina storica. A livello teorico, il fondamento è costituito dall’interpretazione del grande sociologo francese Durkheim (1858-1917) della religione come di “un sistema solidale di credenze e pratiche relative a cose sacre, cioè separate e interdette, le quali uniscono in un’unica comunità morale … tutti quelli che vi aderiscono” (p. 111). Questa interpretazione coglie sicuramente un aspetto del fenomeno religioso, quello che potremmo chiamare sociale o terreno. Ma, a mio parere, risulta insufficiente dal punto di vista filosofico, in quanto non si interroga sull’origine del sacro e quindi esclude preliminarmente l’ipotesi che possa esserci qualcosa che fonda il sacro, e i sistemi di credenze e di pratiche ad esso relative - qualcosa che potrebbe essere chiamato Dio, o l’assoluto o il trascendente, comunque lo si voglia denominare. Nell’ipotesi di Durkheim e di Naso le religioni, ricondotte al loro fondamento comunitario o terreno, sono per natura ostili al cambiamento e alla convivenza pacifica, perché le comunità sociali, di cui le religioni sono l’espressione sublimata, sono diverse e quindi, ritenendo ognuna di essere migliore delle altre, inevitabilmente conflittuali. Invece nell’ipotesi alternativa, che abbiamo definito filosofica, le religioni possono imparare a considerarsi come sentieri che salgono sulla montagna di Dio, la cui vetta sarà sempre inaccessibile (Dio è inconoscibile). In quest’ultimo caso non è impossibile che nei credenti di una religione si sviluppi un sentimento di apprezzamento e di simpatia verso vie del divino diverse da quella tipica della propria tradizione. Ricordo, come esempio di questo atteggiamento di apertura, il bel libro di Giampiero Comolli, presidente del Centro Culturale Protestante di Milano, La malinconia meravigliosa. I discorsi di commiato del Buddha e di Gesù.

Passiamo al livello storico: cosa ci dice la storia a proposito del rapporto tra le religioni? Ci dice, osserva Naso, che la violenza ha accompagnato, e continua ad accompagnare, tutta la storia delle religioni, anche di quelle che teoricamente dovrebbero essere le più aliene rispetto ad essa, come il cristianesimo o il buddhismo. Ci dice inoltre che nell’epoca moderna, in Occidente, sono stati i grandi intellettuali dell’Europa preilluminista e illuminista, geni come Spinoza (1632-1677), Locke (1632-1704), Voltaire (1694-1778), Lessing (1729-1781) coloro che hanno combattuto e vinto, almeno per l’l’Europa occidentale (escludendo le parentesi totalitarie novecentesche) la battaglia della tolleranza religiosa. E che gli avversari più duri con cui si scontrarono furono i sostenitori del fanatismo religioso che, nel Novecento, si ripresentano nelle diverse forme di fondamentalismo (protestante, musulmano, ebraico, buddista ecc.), o in quella variante che è l’integralismo cattolico. Per questo, conclude Naso, bisogna sganciare la religione dall’interferenza nella vita della comunità. E’ vero che l’autore riconosce, come altri studiosi (per esempio Habermas) che le religioni possono fornire un surplus di senso alla laicità della vita comunitaria (Naso parla di “laicità per addizione … in grado di assumere il contributo delle diverse organizzazioni confessionali e associazioni filosofiche al dibattito democratico”, pp. 116-117)). Non soltanto: egli ammette, “per convinzione intima e ragioni personali”, che “per limitarci ai nostri tempi, esiste un pantheon ideale nel quale collocare Dag Hammarskjöld e Tich Nath Han, Desmond Tutu e Martin Luther King, Thomas Merton e Dorothy Day, Tolstoj e Gandhi. Tutti sinceramente credenti, ciascuno a modo proprio ma con la ferma convinzione che la religione dovesse essere una via di pace. Eppure tutti hanno attraversato dei conflitti nei quali le loro religioni erano parte in causa” (p.110). Ma non pensa che questi esempi ammirevoli possano essere fatti propri dalle religioni istituzionali, ufficiali. Usando la terminologia di Küng, egli non crede possibile un cambio di paradigma nelle tradizioni religiose. La soluzione proposta da Naso punta, più che a una purificazione del sentimento religioso, alla promozione di una politica di liberalismo in campo religioso (“non c’è pace senza libertà religiosa”, p. 115). E’ sicuramente vero che la libertà religiosa costituisce la precondizione minima di ogni possibile pacificazione religiosa. E tuttavia si può dire che, in mancanza di una riforma profonda dall’interno delle diverse religioni mondiali, quest’oasi di pluralismo sarà sempre minacciata. In questa diversa accentuazione dell’elemento decisivo (politico in Naso, religioso in Küng o in Comolli) mi pare consista la differenza di principio tra le due impostazioni.

w.m.

[Hans KUNG, Ricerca delle tracce. Le religioni universali in cammino, Queriniana, Brescia, tr. it. di Giovanni Moretto, Queriniana, Brescia 2003, euro 23]

[Paolo NASO, "Le religioni sono vie di pace". (Falso!), Laterza, Bari 2019, euro 12]

[Giampiero COMOLLI, La malinconia meravigliosa. I discorsi di commiato del Buddha e di Gesù, Claudiana, Torino, 2019, euro 18,50]


Walter Minella - l'autore di questa recensione - ha insegnato storia e filosofia nei Licei. Tra le sue pubblicazioni: Il dibattito sul dispotismo orientale. Cina, Russia e società arcaiche (1991). Ha tradotto il breve saggio di Varlam Tichonovič Šalamov, il grande testimone dei Gulag, Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (2012), ha curato la pubblicazione del libro postumo di Pietro Prini, Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (2015) e ha scritto la monografia Pietro Prini (2016).

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